PesTiFeRa: la ragazza di Palermo che mi minacciava di suicidarsi
Storie Vere Autobiografico 10 Aprile 2026 di Lello

PesTiFeRa: la ragazza di Palermo che mi minacciava di suicidarsi

Quando il confine tra vita virtuale e reale si spezza, lasciando spazio a un calvario psicologico fatto di ricatti emotivi e schermi accesi nella notte


Pestifera era, e dico "era" non perché sia morta (o Dio, in realtà non lo so), ma perché non ho più sue notizie da almeno sette anni, parliamo del 2016. Era una ragazza di Palermo sui 32 anni, aveva un figlio piccolo avuto da una relazione tossica con uno poco raccomandabile, almeno da come me lo descriveva lei.

L'ho conosciuta una sera che entrò nella mia chat che gestivo, #SiamoSoloNoi, collocata sul server di Simos. Era una buona utente: corretta, educata, divertente e per niente permalosa. Insomma, l'utente che tutti i Founder vorrebbero avere. Da lì a poco le offrii i gradi da moderatrice, che lei accettò, fino a diventare la mia Cofounder insieme ad un'altra cara amica di nick Alisa.

L'intimità e il logorio del virtuale

Cominciammo con le chat private, poi WhatsApp e Skype. Diventammo intimi, davvero intimi. All'epoca WhatsApp non aveva la videochiamata ed usavamo Skype per dare sfogo ai nostri istinti primordiali. Non voglio entrare nei particolari delle sue preferenze, alcune cose non vanno dette per decenza.

Per un paio di mesi andò tutto bene. Poi, la monotonia. Se con una persona non hai punti in comune, è difficile non annoiarsi. L'unica cosa che condividevamo era la chat: il 90% dei discorsi erano inciuci su tizio o caio, ban ingiusti e liti tra lo staff. Anche il sesso era diventato banale. Se ci si annoia di persona, figuratevi a distanza tramite una webcam. Sempre le stesse frasi, semp i stessi cos. Cominciai a rompermi i coglioni.

L'incontro reale non arrivava mai, per colpa mia. Vivendo in Belgio, non ero così disperato da spendere soldi e fare 2500 km per una scopata. Quindi rimandavo.

Il ricatto emotivo: le minacce di suicidio

Quando iniziai a rispondere in ritardo, cercando di far scemare la cosa naturalmente come accade spesso in chat, lei fece finta di non capire. Fui costretto a un discorso eloquente. Ci andai serio, non sentendomi colpevole di nulla.

Da lì iniziarono le minacce di suicidio. Venne fuori che soffriva di depressione acuta e che io ero la sua "cura". Mi disse piangendo che senza di me l'avrebbe fatta finita. Iniziai a preoccuparmi seriamente: gridava, minacciava di tagliarsi le vene nella vasca da bagno o di gettarsi dalla finestra.

"Ho passato intere nottate a telefono con lei cercando di convincerla che la vita è bella e che aveva un figlio da accudire. Ma lei diceva che se ne fregava, che lei era una cosa INUTILE."

Avevo una paura fottuta. Temevo che avrebbe lasciato un bambino solo e, lo confesso, pensavo egoisticamente al peso che avrei portato sulla coscienza. Cercai di convincerla ad andare da uno psicologo, ma nulla: diceva che solo io potevo salvarla.

La fine del calvario

Dopo un mese di questo calvario psicologico ogni santa sera, anche il più santo degli uomini si scoccia. Visto che dall'altro lato non c'era riscontro, decisi di chiudere. Le dissi testuali parole:

"Ma sai che c'è di nuovo? Tu me rutt o cazz. T vuo' accir-r? E accir-t na vot e p semp e lievt r'ananz o cazz."

Attaccai, la bloccai ovunque e la bannai dalla chat. Dopo sette o otto mesi la sbloccai per curiosità: il suo profilo era attivo e aggiornato. Non si era uccisa. La ribloccai e da allora non ho voluto sapere più nulla di lei.

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